Si ricorre alla valutazione del rischio bellico nell’ambito della gestione della sicurezza, il che vale propriamente nei contesti post-conflitto, dove gli ordigni bellici inesplosi (UBE) sono un indiscusso pericolo. Lo stesso si mostra in tutta la propria persistenza, con potenziali effetti nefasti per le popolazioni civili e per l’ambiente. Sono in sostanza dispositivi che pongono una seria eventualità d’esplosione accidentale, e oppongono forte resistenza nell’ambito del recupero di terreni, da adibire a scopi agricoli o di sviluppo urbano. La rilevanza della problematica è preoccupante, qualora si consideri come, leggendo stime recenti, milioni di persone nel mondo vivono in aree sottoposte al problema, con conseguenze dirette sulla salute, sulla sicurezza e sulla stabilità sociale.

Nel contesto attuale, la valutazione del rischio bellico si presenta come un processo multidisciplinare, che si avvale di uno studio che va dalla storia militare alle tecniche ingegneristiche, passando per le scienze ambientali e le modalità di partecipazione delle comunità locali. Nelle sezioni successive, ci addentreremo più propriamente nei metodi di valutazione del rischio, fra l’identificazione dei rischi, le tecniche di mappatura e le strategie di deminage. Discuteremo altresì il coinvolgimento delle organizzazioni umanitarie e il fattore dato dalle politiche preventive, col risultato ricercato d’una risposta coordinata e informata che faccia fronte a codesta sfida globale.

La valutazione del rischio bellico tra contesto storico e normativo

La valutazione del rischio bellico, declinata nel contesto storico e normativo, riveste un’importanza centrale per la sicurezza globale, specialmente in tempi di conflitti armati e post-conflitto. La storia degli ordigni bellici inesplosi è segnata da eventi drammatici, come le due guerre mondiali e i conflitti recenti in Medio Oriente e in Africa, dove mine e ordigni residuati bellici continuano a esser presenti nell’entità di minaccia mortale contro civili e operatori umanitari. Con statistiche alla mano, milioni d’ordigni inesplosi giacciono tuttora nel terreno di ex zone di guerra.

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In risposta alla situazione, sono state istituite normative internazionali e locali a coordinamento e regolazione del disarmo e della gestione degli ordigni inesplosi. Ecco dunque che sono subentrati, nella storia recente, trattati come la Convenzione sulla messa al bando delle mine antiuomo e la Convenzione sulle munizioni cluster, finalizzati a prevenire e ridurre l’impatto dei dispositivi bellici sui civili. In riferimento alle politiche nazionali, sono molti i paesi che abbiano approvato leggi e programmi di bonifica.

Numerose organizzazioni, tra cui l’ONU e ONG specializzate, si occupano di prevenire il rischio bellico e di gestire le conseguenze delle guerre. L’ONU promuove iniziative di disarmo, mentre le ONG si occupano della sensibilizzazione, della bonifica e degli aiuti alle comunità colpite. Operando leva su sforzi congiunti, le entità in questione erogano assistenza tecnica e formano squadre apposite per lo sminamento.

Classificazione degli ordigni inesplosi

La classificazione degli ordigni inesplosi (UXO – Unexploded Ordnance) riguarda preminentemente il tipo di munizione e il contesto d’impiego. Tra i principali tipi d’ordigni inesplosi abbiamo le bombe aeree, le munizioni d’artiglieria, le mine terrestri, le granate e i proiettili di piccolo calibro.

Le bombe aeree, sganciate durante i bombardamenti, variano in dimensione e potenza. Sono un alto rischio per la sicurezza pubblica anche a lunga distanza temporale dal conflitto, dovuto al fatto che possono esplodere anche dopo decenni. Le munizioni d’artiglieria, sostanzialmente proietti e le granate, possono anch’esse rimanere sepolte nel terreno ed esplodere se maneggiate o se s’interferisce con le medesime. Le mine terrestri, sfruttate in occasione d’attacchi a veicoli o soldati, sono particolarmente insidiose: possono attivarsi persino con un contatto minimo, causando danni letali.

La pericolosità degli ordigni inesplosi è da mettere in relazione all’instabilità che li definisce e alla difficoltà d’identificazione. Molti di essi possono essere contaminati dall’umidità, accadimento che li rende ancor più suscettibili all’esplosione. Per quanto concerne i civili che s’imbattono negli ordigni, il più delle volte sono inconsapevoli dei rischi, il che alimenta ulteriormente la probabilità d’incidenti mortali.

Esempi di situazioni in cui sono stati trovati ordigni inesplosi sono a riguardo d’aree di battaglia storiche, come la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, dove molte città europee hanno scoperto bombe e proiettili a lavori di costruzione o di scavo in corso di svolgimento. Recentemente, le operazioni di bonifica in alcune zone del Medio Oriente e dei Balcani hanno riportato alla luce un cospicuo numero d’ordigni rimasti sul campo, e le autorità sono state di conseguenza costrette a processi di mappatura e neutralizzazione. Gli incidenti mostrano come la problematica degli ordigni inesplosi sia ancora attuale e necessiti di prevenzione e interventi mirati.

Metodologie di valutazione del rischio bellico

Vi sono alcune metodologie a scopo di rilevare, localizzare e analizzare i rischi connessi agli ordigni qui trattati.

Innanzitutto, le tecniche di rilevamento e localizzazione degli ordigni inesplosi sono scaturite da punti d’incontro tra tecnologie avanzate e metodi tradizionali. L’uso di sistemi informativi geografici (GIS) si sta attualmente diffondendo sempre più, e si fa uso di esso per mappare e analizzare geograficamente i dati con attinenza alla presenza di UXO. I GIS ci danno una rappresentazione visiva delle aree a rischio e favoriscono non di poco la pianificazione e l’implementazione delle operazioni di bonifica. A ciò si aggiunge l’impiego dei rilevatori di metalli, strumenti portatili volti a operare distinzione tra metalli ferrosi e non ferrosi nel terreno. I dispositivi sono impiegati sul campo da apposite squadre di bonifica, aventi l’incarico di dar luogo ad un’analisi più approfondita. Infine, l’uso di droni (UAV) per il rilevamento di UXO corrisponde ad una pratica che sta anch’essa guadagnando terreno: essi hanno la possibilità di sorvolare aree difficilmente accessibili e raccogliere dati per mezzo di specifici sensori, rendendo un’ulteriore dimensione alla mappatura delle zone a rischio, la quale verrà meglio definita.

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La raccolta e analisi dei dati, nel prevenire o far fronte al rischio bellico da esplosivi, è una fase che si mostra in tutta la propria crucialità. I dati vengono solitamente raccolti mediante ispezioni sul campo, sondaggi, e rilevazioni geospaziali. Il loro successivo trattamento contempla l’impiego di software avanzati per l’analisi statistica e la modellazione, per mezzo dei quali s’identificheranno le aree più vulnerabili e si classificherà il livello di rischio della singola zona. I dati servono oltretutto ad informare le decisioni relative alla bonifica e ad ottimizzare l’allocazione delle risorse.

Un altro aspetto da non tralasciare consiste nel coinvolgimento delle comunità locali. La partecipazione delle popolazioni residenti nella valutazione del rischio è essenziale, non solo per garantire che le informazioni siano accurate e contestualizzate, ma anche per promuovere una maggiore consapevolezza e preparazione riguardo ai rischi potenziali. Le comunità possono fornire dati storici e testimonianze che arricchiscono l’analisi, mentre corsi di formazione e sensibilizzazione faranno la propria parte nel formare cittadini. Gli stessi si riveleranno, per tale via, decisamente più capaci d’affrontare situazioni di rischio nel settore di riferimento. La finalità è quella di realizzare una resilienza collettiva che perduri nel tempo e sia di valente contrasto al problema, cosa che scongiurerebbe di per sé tante conseguenze.

Processi di gestione del rischio bellico

Entriamo adesso maggiormente nel dettaglio dei processi di gestione del rischio. Essi sono composti da più fasi e vedono la collaborazione fra attori di diverse tipologie, tra cui enti governativi, militari, ONG e comunità locali.

Una delle prime attività nei processi di gestione del rischio è l’adozione delle procedure standard. Si tratta, al riguardo, di procedure con le quali si rimuovono prima e si neutralizzano poi gli ordigni esplosivi. Ci riferiamo, in concreto, all’individuazione e alla mappatura degli ordigni ancora attivi, alla valutazione del rischio associato e all’implementazione delle operazioni di sminamento. Sono attività che non possono che essere condotte da personale veramente qualificato, in possesso d’attrezzature adeguate e che si attenga a procedure di sicurezza definite in dettaglio. Gli approcci standardizzati, come quelli forniti dalla International Mine Action Standards (IMAS), attribuiscono maggiore efficacia e sicurezza alle operazioni.

Per quanto attiene agli enti, i governi avrebbero il dovere di coordinare le rispettive azioni con le ONG, che di frequente hanno una esperienza diretta nelle comunità vulnerabili. Le ONG sapranno poi educare le popolazioni colpite sul tema dei pericoli dati dagli ordigni esplosivi, e collaborare attivamente alle operazioni di sminamento. Le forze militari sono poste non di rado a garanzia della sicurezza delle operazioni, col vitale supporto logistico e con la formazione delle squadre sul campo.

Esistono esempi di best practices di quanto constatato finora. Un esempio è rinvenuto in Colombia, paese che ha implementato programmi di sensibilizzazione congiunti tra governo, ONG e comunità locali, onde affrontare il rischio bellico e con risultati positivi nella riduzione degli incidenti. I programmi posti in essere si sono avvalsi di campagne d’informazione e formazione, dando forma ad una rete d’informatori locali idonea al monitoraggio dei rischi e a segnalare il riscontro d’ordigni esplosivi. Altro esempio ci viene dato dalla campagna di sminamento in Bosnia ed Erzegovina, dove l’adozione di tecnologie innovative, come i droni per il rilevamento degli ordigni, ha manifestato migliorie attinenti l’efficacia e la sicurezza delle operazioni di sminamento.

Il rischio bellico e gli impatti sulla comunità e sul territorio

Abbiamo detto in apertura come, per il rischio bellico, la presenza degli ordigni bellici sul terreno, spesso collateralmente a conflitti armati, ostacola lo sviluppo socio-economico, e in pratica s’impedisce la riqualificazione di terre e strutture. A subirne i danni diretti, nel quadro economico, sono l’agricoltura, il turismo e lo sviluppo industriale, con meno opportunità di lavoro e tendenza alla povertà nelle aree.

Un elemento critico è il rischio di incidenti. Le comunità che vivono in zone infestate da UXO sperimentano una costante paura, con potenziali conseguenze tragiche per la vita quotidiana. Le storie di successo nella gestione degli ordigni, come nei programmi di bonifica in Cambogia o in Bosnia Herzegovina, dimostrano che investimenti mirati e collaborazioni tra autorità, Ong e comunità sono lo strumento per giungere ad una riduzione ampia degli incidenti e ad una migliorata qualità della vita. Non mancano all’appello, purtroppo, anche esempi di fallimenti dove la mancanza di risorse, formazione inadeguata o corruzione hanno inciso negativamente sulle operazioni di sminamento, col risultato di prolungare la sofferenza delle popolazioni interessate.

Gli effetti a lungo termine sulla salute e sulla sicurezza delle persone non sono trascurabili. Oltre agli infortuni immediati, la presenza di UXO può portare a problemi psicologici, ad accrescimento dell’ansia e del trauma collettivo internamente alle comunità. Inoltre, le vittime e le loro famiglie affrontano nel più dei casi difficoltà economiche, con conseguente esclusione sociale.

Tecnologie emergenti e futuri sviluppi

Le tecnologie emergenti stanno rivoluzionando il campo della rilevazione e del disinnesco di ordigni, mediante ricorso a soluzioni avanzate del calibro della robotica e dell’intelligenza artificiale (IA). Droni autonomi e robot terrestri sono ora in uso per l’esplorazione d’aree contaminate senza mettere a rischio la vita umana. I dispositivi hanno sensori sofisticati in dotazione, a rilevamento d’esplosivi e altri materiali pericolosi.

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Si prospettano per il futuro delle nuove tecnologie d’apprendimento automatico, con sistemi di monitoraggio in tempo reale, supportati da IA, ad innalzamento del grado di tempestività degli interventi e di quello d’efficientamento della strategia di sminamento.

Malgrado tutto quanto di promettente espresso, l’innovazione tecnologica da sola non basta; si dovrebbe procedere con investimenti nella formazione della popolazione per non incorrere negli stessi rischi, per quanto più si possa evitare. Programmi educativi illustranti i rischi tipici degli ordigni inesplosi e delle mine antiuomo possono salvare vite. Informare le comunità sui segnali di pericolo e sulle procedure di sicurezza contribuisce a costruire una cultura della prevenzione.

Un esempio di operatore garantito nella valutazione da rischio bellico

Nell’ottica di un potenziale rischio bellico, nel quale ci si può ritrovare tra l’altro anche in Italia, ci si vuole accertare della pericolosità di un terreno, prima di effettuarvi delle attività, un esempio d’operatore affidabile di settore si rinviene in BSG SRLS. La professionalità e la formazione continua del personale permettono di affrontare le missioni con la massima responsabilità e sicurezza, assicurando il rispetto delle normative internazionali. BSG SRLS si impegna a contribuire a un ambiente più sicuro, a supporto delle comunità nella gestione dei rischi generati dagli ordigni inesplosi. Sul loro sito, si può richiedere una prima consulenza informativa via WhatsApp, consulenza che si rivela esaustiva e rivolta a comprendere le necessità di chi inoltra la richiesta.