Alfredo Vassalluzzo, docente di Italiano e Storia presso l’Istituto Superiore Pertini di Albano Laziale, ha maturato un’esperienza determinante insegnando per due anni all’interno di un istituto penitenziario maschile. Da quel confronto diretto con il carcere è nato Gargoyle, romanzo edito da Sensibili alle Foglie che ha acceso un dibattito sul ruolo dell’educazione nei contesti più difficili.
Uno degli aspetti più innovativi di Gargoyle è il rifiuto consapevole della figura dell’insegnante-eroe, un modello narrativo spesso ricorrente nella letteratura ambientata in scuole “di frontiera”. In questo romanzo, l’eroismo viene smontato pezzo per pezzo.
Molte narrazioni ambientate in contesti difficili — periferie, carceri, scuole problematiche — seguono uno schema preciso: un docente carismatico arriva, conquista la fiducia degli studenti, li trasforma, cambia le loro vite.
Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo sceglie una strada opposta.
Il protagonista Alfredo entra in carcere:
con paura
con insicurezza
senza certezze
senza illusioni salvifiche
Non possiede superiorità morale.
Non si sente più forte dei detenuti.
Non si percepisce come guida carismatica.
Ed è proprio questa fragilità a rendere il personaggio autentico e profondamente contemporaneo.
In Gargoyle, l’esperienza dell’insegnamento in carcere inizia con il terrore. Alfredo varca la soglia dell’istituto penitenziario con le stesse paure che avrebbe chiunque.
Questa scelta narrativa è fondamentale. Alfredo Vassalluzzo non costruisce un personaggio sicuro di sé, ma un uomo che attraversa un progressivo sgretolamento dei propri pregiudizi.
L’insegnante non entra per dimostrare qualcosa. Entra per svolgere il proprio lavoro. E nel farlo si trova a mettere in discussione:
le proprie convinzioni
le proprie paure
la propria idea di giustizia
il proprio ruolo
In questo senso, Gargoyle racconta una trasformazione che riguarda più l’insegnante che i detenuti.
Il rifiuto dell’eroismo in Gargoyle non è solo una scelta narrativa, ma una posizione culturale.
L’eroe presuppone:
superiorità
forza straordinaria
capacità di cambiare i destini
successo visibile
Alfredo, invece, accetta di non essere straordinario. In più momenti del romanzo comprende che voler “salvare” può diventare una forma di narcisismo. L’ossessione di trasformare l’altro rischia di ignorare la sua libertà e la sua complessità.
Alfredo Vassalluzzo, attraverso il suo protagonista, suggerisce che l’educazione autentica nasce dall’accettazione del limite.
Non tutto può essere cambiato.
Non tutti vogliono essere cambiati.
Non ogni storia ha un finale edificante.
E questo non è un fallimento.
Se l’eroismo viene rifiutato, cosa resta?
Resta l’esserci.
In Gargoyle, insegnare significa prima di tutto:
entrare in aula anche quando si ha paura
ascoltare senza promettere miracoli
offrire strumenti senza imporre percorsi
accettare la possibilità della delusione
L’esserci diventa un atto radicale in una società che misura tutto in termini di performance e risultati immediati. Nel carcere raccontato da Gargoyle, non ci sono applausi finali, né trionfi educativi. Ci sono giorni ordinari, scontri, incomprensioni, piccoli momenti di contatto. Ma proprio in questa ordinarietà si nasconde la forza del romanzo.
Un elemento centrale di Gargoyle è la delusione. Il rapporto con Valerio, ad esempio, attraversa momenti di ironia e complicità per poi incrinarsi. L’insegnante comprende che non può controllare tutto. Che la fiducia può essere tradita. Che la “cattiveria” non sempre si dissolve.
Questo passaggio è decisivo.
Alfredo Vassalluzzo rifiuta l’idea che l’educazione sia una linea retta verso il miglioramento. In Gargoyle, il percorso è irregolare, a volte regressivo. E proprio qui si misura la maturità dell’insegnante: nella capacità di restare anche quando il risultato non è quello sperato.
La figura di Alfredo rappresenta l’insegnante di oggi, spesso caricato di aspettative sproporzionate. Alla scuola si chiede di:
risolvere disagi sociali
compensare vuoti familiari
offrire risposte esistenziali
garantire successo professionale
In questo contesto, Gargoyle propone una visione più sobria e più realistica. L’insegnante non è un terapeuta onnipotente. Non è un riformatore sociale. È un professionista che offre strumenti culturali e uno spazio di confronto.
La sua responsabilità non è salvare, ma testimoniare.
Il titolo Gargoyle assume qui un significato ancora più profondo. Le gargoyle delle cattedrali osservano dall’alto, immobili, testimoni del tempo. Non intervengono direttamente, ma vegliano.
Allo stesso modo, l’insegnante protagonista del romanzo può spesso solo osservare.
Non può intervenire sui destini definitivi.
Non può cancellare il passato.
Non può garantire il futuro.
Può però restare presente. E questa presenza, in un luogo come il carcere, è già un atto di coraggio.
Gargoyle di Alfredo Vassalluzzo si distingue nel panorama della narrativa contemporanea proprio per la sua anti-retorica.
Non celebra l’educazione come spettacolo.
Non costruisce finali consolatori.
Non offre risposte semplici.
Offre complessità. Offre fragilità. Offre un insegnante che accetta di non essere un eroe. Ed è forse questa la lezione più attuale del romanzo.
Alla fine, ciò che resta di Gargoyle è una domanda implicita: serve davvero l’eroismo per insegnare? La risposta che emerge dal romanzo di Alfredo Vassalluzzo è negativa.
Non serve essere straordinari.
Non serve salvare tutti.
Non serve cambiare il mondo.
Serve esserci.
Esserci nei giorni difficili.
Esserci nelle delusioni.
Esserci anche quando non si vedono risultati immediati.
In un’epoca dominata dalla logica del successo e della visibilità, Gargoyle restituisce dignità alla fragilità e alla presenza silenziosa. E forse è proprio questo il messaggio più potente del romanzo: l’educazione non è un atto eroico, ma un gesto quotidiano di responsabilità.
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